L’anello di Re Salomone
Un libro stupendo da leggere con i ragazzi e che consiglio proprio per questo periodo è “L’anello di Re Salomone” di Konrad Lorenz.
Ve ne lascio qui in breve estratto e vi faccio un regalo: cliccando sulla copertina del libro potrete scaricare grautiramente tutto il libro in formato pdf. Buona lettura!
“E agli animali non si può fare premura: se si vogliono studiare le oche selvatiche bisogna vivere con loro, e, se si vuol vivere con loro, bisogna adattarsi al loro ritmo; e se madre natura non vi ha dotato di una benedetta pigrizia, non ci riuscirete assolutamente. Una persona costituzionalmente laboriosa e attiva perderebbe la ragione se fosse costretta a trascorrere un’estate in qualità di oca fra le oche come ho fatto io (con qualche interruzione).
Almeno metà della giornata le oche la trascorrono intente tranquillamente a digerire, e dell’altra metà ne hanno bisogno, a dir poco, i tre quarti per pascolare; e le attività che val la pena di osservare, cui le oche si dedicano quando non digeriscono e non pascolano, coprono complessivamente al massimo un ottavo del periodo di veglia. Le oche selvatiche sarebbero proprio degli animali mortalmente noiosi, se in quell’ottava parte della giornata non facessero cose tanto interessanti. –> clicca sui puntini di sospensione per leggere il resto
Quando siete in giro sulle rive del Danubio con un branco di oche selvatiche, potete poltrire senza il minimo rimorso, perché siete costretti a starvene sdraiati al sole per sette ottavi della giornata, con la macchina fotografica a portata di mano carica e pronta allo scatto, ma non siete affatto tenuti a sorvegliare gli uccelli: il vostro orecchio esperto comprende subito, dal verso che fanno, se essi smettono di pascolare o di dormire per dedicarsi a cose più interessanti. Naturalmente, finché le oche sono ancora piccole e ci stanno ansiosamente alle calcagna, è assai facile indurle a seguirci nei nostri spostamenti.
Se si conoscono ed entro certi limiti si sanno imitare i versi delle oche selvatiche, si può indurre anche un branco di oche adulte, che non hanno più bisogno di stare appiccicate a noi, a spostarsi, o a volar via, o che altro si voglia. Ma in questi tentativi di influenzare gli animali bisogna essere prudenti e moderati, e non si deve andar molto oltre ciò che fanno normalmente i genitori oche quando guidano i loro piccoli. Questi ultimi sono subito affaticati, sia fisicamente sia psichicamente, se non li si lascia un po’ in pace. Senza dubbio io avevo preteso troppo dalla mia Martina nei primi giorni della sua vita, e perciò essa rimase un po’ indietro nello sviluppo e crebbe magra e nervosa.
Le oche più grandicelle, in cui è un poco scemato il timore di restare sole, non accettano pressioni in questo senso, e se ne rimangono tranquillamente indietro a pascolare. Però anche con loro bisogna andare assai cauti con le incitazioni vocali o di altro genere, soprattutto perché altrimenti si finisce per ottundere e far scomparire proprio le reazioni che si voleva studiare. Farò un esempio. Le oche reagiscono istintivamente al verso dei genitori o di altre oche che esprimono l’intenzione di spostarsi di luogo. La persona che si prende cura delle oche può imitare assai bene questo verso, inducendole così a seguirla. Ma se lo fa troppo spesso, cioè praticamente più spesso di quello che fanno le oche nella loro vita normale, logora la reazione, e di conseguenza le oche non faranno più caso a quel verso: quindi con un tale addestramento negativo si viene ad annullare proprio quelle reazioni innate ed eredtarie che si volevano studiare.i
Per evitare questo errore si deve possedere quella che a ragione si chiama una pazienza da bestia.
Particolarmente interessanti sono i versi con cui le oche selvatiche esprimono la voglia di andarsene o di nuotare o volare via. Anche se molto piccole, le ochette reagiscono, in virtù di un meccanismo innato, alle più sottili sfumature di questo vocabolario veramente complesso. Il normale verso delle oche, quel ben noto sbattere del becco sommesso e veloce, risuona, di tanto in tanto, anche quando gli animali sono fermi, o pascolano, o camminano lentamente.
Questo verso, a causa della forza dei suoni armonici che lo compongono, risulta tipicamente spezzato in sei-dieci sillabe. Il numero delle sillabe e la forza dei suoni armonici acuti aumentano di pari passo nel verso abituale delle oche, ma sono inversamente proporzionali all’intensità del suono nel suo complesso. Quante più sillabe ha il verso delle oche, tanto più ha un suono acuto e sommesso. Se questi tre segni caratteristici sono molto pronunciati, vuol dire che gli animali si trovano molto a loro agio e non hanno tendenza a mutar presto di luogo.
Di conseguenza, un verso polisillabico, acuto e sommesso, in termini umani significa: «Qui stiamo bene, lasciateci rimanere qui», con in più il significato accessorio dell’«Io sono qui, ci sei ancora anche tu?». Se invece nell’oca si fa strada il desiderio di cambiare luogo, cambia anche il suo verso: diminuisce il numero delle sillabe, scompaiono i suoni acuti e lo schiamazzo diviene più forte. Un verso di sei sillabe corrisponde di già alla marcia lenta ma continua, ad esempio, in un pascolo magro dove gli animali devono fare uno o due passi tra uno stelo e l’altro.
Se il verso è di sole cinque sillabe è già assai evidente la voglia di marciare, e gli animali pensano principalmente ad avanzare, fermandosi di rado a beccare un altro stelo. Con quattro sillabe si manifesta una motivazione assai intensa al cambiamento di luogo, e quasi sempre in questo stato d’animo l’oca ha il collo allungato e teso. Con tre sillabe si annuncia una marcia velocissima, il collo dell’oca è estremamente allungato, e già si fa sentire la disposizione al volo.
Un verso di due sillabe, che suona sempre come un profondo e assai forte «gangang, gangang», indica inequivocabilmente che l’oca è in procinto di volar via. Se non si appresta a volar via, ma solo a spostarsi per via terrestre o acquatica l’oca dispone di una particolare espressione sonora, cui ricorre solo in questa occasione; pressappoco fra il verso a tre e quello a quattro sillabe, là dove di solito si potrebbe cominciare a sospettare una disposizione al volo, l’oca emette un forte suono metallico, ben distinto dagli altri, un verso di tre sillabe, la cui sillaba intermedia, fortemente accentuata, è più alta di circa sei toni delle altre due; esso suona pressappoco come un «ganghingang».
I genitori che hanno i piccoli ancora incapaci di volare si trovano comprensibilmente assai spesso a dover esprimere l’intenzione di cambiare luogo, accentuando però il fatto che «non» si deve volare. Anche le oche domestiche che guidano i loro piccoli emettono assai spesso questo verso, che al conoscitore fa sempre un effetto assai comico perché queste grasse bestiole non possono comunque volare, e quindi le loro ininterrotte «rassicurazioni» che si recheranno a piedi e non in volo nel luogo prescelto sono del tutto superflue.
Ma dato che questi versi dipendono da un meccanismo del tutto istintivo, gli animali naturalmente non hanno la più pallida idea di tali contraddizioni. Parimenti innato ed ereditario è, come abbiamo già detto, il meccanismo in virtù del quale la giovane ochetta comprende il vocabolario dei suoi simili: a soli due o tre giorni di vita i piccoli già reagiscono prontamente a tutte le sottili sfumature sopra descritte. Se diminuiscono le sillabe e aumenta l’intensità dei suoni con cui vengono chiamati, i piccoli smettono di pascolare, alzano il capino, e a poco a poco tutto il branco entra nello stato d’animo di andarsene ed incomincia ad avanzare.”
da l’Anello del Re Salomone di Konrad Lorenz







